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di Massimo Mastruzzo*

Facciamo una riflessione concreta sui provvedimenti del governo Meloni, senza farci distrarre dai fronzoli dell’armocromia o dalle cavolate della sostituzione etnica. Autonomia differenziata, reddito di cittadinanza, contratti a termine prorogati, sono un mix micidiale per quei territori già a rischio desertificazione umana e industriale, ma non solo.

L’autonomia differenziata è l’attribuzione a una regione a statuto ordinario dell’autonomia legislativa su materie come istruzione, sanità, alimentazione, protezione civile, governo del territorio, porti e aeroporti, energia, valorizzazione dei beni culturali e ed ambientali ecc.

L’autonomia differenziata non era prevista in Costituzione, ma è stata introdotta nel 2001 con la riforma del Titolo V, con cui è stato avviato un iter, portato avanti dai partiti tradizionali che si sono susseguiti al governo negli anni, che oggi rischia di arrivare a compimento con la riforma Calderoli. Tale riforma prevede di far partire l’Autonomia senza definire i LEP (livelli essenziali delle prestazioni), che dovrebbero garantire un minimo di prestazioni uguali per tutti i cittadini a prescindere dalla loro regione.

Realizzare oggi l’Autonomia Differenziata senza la previa individuazione dei LEP, ma basandosi sui criteri della spesa storica e della invarianza di spesa, significa rendere definitiva l’attuale iniqua ripartizione di denaro pubblico tra le diverse parti del Paese e, di conseguenza, il divario tra le regioni che hanno attualmente più risorse, più infrastrutture (ferrovie, autostrade. aeroporti), più welfare (inteso come scuole, ospedali, asili nido ecc.) e quelle più svantaggiate, causato dall’iniqua ripartizione delle stesse nel corso della storia del nostro paese. Autonomia differenziata oggi significa materialmente l’impossibilità di garantire al mezzogiorno, se non di colmare, quantomeno, di ridurre il divario con le regioni del nord, attribuendo sempre più risorse a chi le ha già e non consentendo a chi è più svantaggiato di migliorare la propria situazione. E’ la cosiddetta “secessione dei ricchi”.

Il reddito di cittadinanza è stato eliminato.

O meglio sarà sostituito dall’Assegno di inclusione distinguendo però tra chi può lavorare (i cosiddetti occupabili) e chi non può. Verrà quindi offerto un sostegno economico a chi non può lavorare, e uno “Strumento di attivazione” destinato agli “occupabili” per rimborsare la frequenza a corsi di formazione o di riqualificazione professionale.

Il componente occupabile del nucleo familiare, beneficiario dell’assegno di inclusione per la frequenza di corsi di formazione o di riqualificazione professionale, sarà tenuto ad accettare un lavoro in tutta Italia, che tradotto significa che un occupabile residente a Termoli, Palermo, Reggio Calabria, Campobasso ecc, dovrà accettare un’offerta di lavoro in Lombardia, Veneto, Piemonte, sia che si tratti di un lavoro a tempo indeterminato sia che si tratti di un contratto a termine di almeno 12 mesi.

Sui contratti a termine, è stata allentata la stretta presente nel decreto Dignità e sono state introdotte nuove causali che permetteranno una proroga, ovvero un allungamento del tempo determinato, anche oltre i primi 12 mesi di durata. Le “causali”che giustificano il proseguimento del tempo determinato anche dopo i primi 12 mesi del contratto a termine sono tre.

La più ambigua è la seconda perché prevede che il contratto a tempo determinato può proseguire oltre i 12 mesi per esigenze di natura tecnica, organizzativa o produttiva individuate dalle parti, entro la scadenza temporale del 31 dicembre 2024. In sostanza i contratti a tempo determinato potranno essere prorogati a seconda delle esigenze tecniche organizzative produttive delle aziende.

Lascio a voi la riflessione su queste tre iniziative del governo.


*Direttivo nazionale MET

Movimento Equità Territoriale

 

 

(22 maggio 2023)

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