di Massimo Mastruzzo*
Il principio di azione e reazione, noto anche come terza legge di Newton (1687), ci ricorda, inoltre, che le forze non si generano mai da sole, ma sono sempre in coppie. In natura non esiste mai una singola forza.
Senza nessun rispetto per vittime e per i danni alle abitazioni subiti dai cittadini dell’Emilia Romagna, chi non vuole smettere di consumare suolo, di cementificare in ogni dove, di tenere in piedi un modello sociale ed economico che si rivede nel progetto scellerato dell’autonomia differenziata, è arrivato addirittura a dare le colpe alle nutrie che bucano gli argini, piuttosto che ammettere di aver ignorato oltre ogni logica istituzionale i dati dell’Ispra: la regione Emilia Romagna è la prima in Italia per cementificazione in aree alluvionali, più 78,6 ettari nel 2021 nelle aree ad elevata pericolosità idraulica; più 501,9 in quelle a media pericolosità.
La Lombardia non è da meno
Ogni 5 dicembre in tutto il mondo, su iniziativa delle Nazioni Unite e della FAO, viene celebrato il suolo, con lo scopo di aumentare la consapevolezza sulla sua importanza per la vita umana.
E nella giornata mondiale del Suolo del 5 dicembre 2022, Legambiente Lombardia aveva rilasciato l’allarme per la crescita sregolata del suolo consumato a uso immobiliare logistico, associato alle grandi infrastrutture di trasporto, come la BreBeMi, che intersecano la pianura a est e a sud del capoluogo regionale. Sono infatti queste le province della pianura in cui, secondo i dati di ISPRA (Istituto Nazionale per la Protezione dell’Ambiente), si misura la più allarmante crescita di consumo di suolo, con la provincia di Brescia che consolida la propria posizione al vertice della classifica del cemento.
Quasi 900 ettari di suolo consumato negli ultimi 5 anni. È come se, nello stesso periodo di tempo, per ogni abitante della provincia si fosse costruita una formazione di cemento armato di 7,2 mq, più del doppio della media regionale ferma a 3,5 mq/abitante. Nel bresciano, nell’ultimo anno sono scomparsi 307 ettari di suolo, un valore che eccede i livelli degli anni della ‘bolla’ speculativa del cemento registrata a inizio secolo.
Interdipendenza economica
Tenere in piedi questo modello sociale ed economico che “favorisce” solo il Nord Italia, chiedendo addirittura che venga ulteriormente alimentato con l’autonomia differenziata, ignorando di fatto l’opportunità di sviluppo omogeneo dato invece dell’interdipendenza economica che non toglierebbe nulla ai territori già ricchi, anzi ne avrebbero un giovamento dal punto di vista dell’ecosostenibilità e della salubrità, rendendo peraltro tutta la nazione economicamente più stabile. Oltre ad essere moralmente inaccettabile, tantomeno costituzionalmente, non è più economicamente sostenibile, se non per una visione miope oltreché egoista del Paese.
Ad avvalorare questa tesi v’è uno studio, curato da Srm (Intesa San Paolo) in collaborazione con Prometeia su “L’interdipendenza economica e produttiva tra il Mezzogiorno e il Nord d’Italia – Un Paese più unito di quanto sembri -” che mostra come le principali filiere produttive nazionali siano tra loro territorialmente interrelate e come il Mezzogiorno generi spesso spillover di attività per il resto del Paese oltre a contribuire in valore alla forza competitiva dei nostri prodotti all’estero. Ad esempio il “ribaltamento” per ogni 100 euro di investimenti è diverso nelle due direzioni:
- Se investiti nel Mezzogiorno produco un ritorno (ribaltamento) verso il centro nord del 40,9% (40,9 euro);
- se l’investimento avviene nel Centro-Nord il ritorno verso mezzogiorno vale il 4,7% (4,7 euro).