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Tre scrittori iraniani sono stati condannati a sei anni di carcere (a testa), con l’accusa di aver messo a rischio la sicurezza nazionale. I tre sono Baktash Abtin, Reza Khandan Mahabadi e Keyyan Bajan, tutti membri dell’Associazione degli Scrittori iraniani (IWA).
I tre scrittori sono stati condannati per aver pubblicato testi relativi alla storia della IWA e per aver organizzato eventi in memoria degli scrittori iraniani uccisi dagli agenti del regime tra il 1988 e il 1998, nella tristemente famosa “chain murders”, ovvero la catena di omicidi che in quelli anni colpi’ numerosi dissidenti iraniani (politici ed intellettuali), non solo nella Repubblica Islamica, ma anche all’estero. Oltre 80 dissidenti furono uccisi e quando il massacro venne reso noto al grande pubblico, la Guida Suprema ordinò l’eliminazione di Saeed Emami, l’agente dell’intelligence iraniana responsabile per questa catena di omicidi (tra gli eliminati ricordiamo anche Shapour Bakhtiar, ex premier iraniano, ucciso a Parigi nel 1991).
Non serve neanche dire che, ad emettere la condanna a sei anni di carcere per i tre scrittori, è stato il giudice Mohammad Moghiseh, capo della ventottesima sezione del Tribunale Rivoluzionario di Teheran, inserito anche nella lista delle sanzioni dell’UE, per le sue continue violazioni dei diritti umani a danno di dissidenti e minoranze etniche e religiose sgradite al regime (in primis i Baha’i). Come denuncia un comunicato ufficiale della IWA, la condanna contro i tre scrittori è l’ennesimo atto di censura nella Repubblica Islamica. Tra le altre cose, la condanna si fonda anche su accuse inventate. Baktash Abtin, ad esempio, è stato condannato per aver scritto un testo sui cinquant’anni della IWA. Come denunciato dallo stesso Abtin, lui non ha mai scritto quel testo, nonostante considererebbe un onore averlo fatto.
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(21 maggio 2019)
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