Di un invito a cena, delle donne iraniane che “stanno meglio di noi” e di una sassolese demente

di E.T. #Iran twitter@modenanewsgaia #beataignoranza

 

A volte non si può rifiutare un reiterato invito a cena, proprio non si può. Tuttavia, posto che dopo l’esperienza che sto per raccontarvi non verrò invitato mai più, a volte queste cene dove si racconta l’inenarrabile e dove ci si fregia di esperienze mai fatte e se fatte mal comprese, servono a farti capire l’essere umano nel quale non dovresti mai “involverti”.

Casa tipica della provincia, villetta unifamigliare, mattonella all’ingresso, lato destro della porta, con il nome dato alla casupola frutto di mutuo pagato con fatica e non di nobili origini, bontà loro; uomini donne, bambini. Non conosco nessuno, a parte la padrona di casa. Lei mi presenta a tutti contemporaneamente: “Lui è un regista di teatro”. La presentazione crea il vuoto attorno a me. Non sanno come maneggiarmi. Sono intoccabile. Non sanno cosa dirmi. Non mi viene allungata una mano da stringere. Ma sono sopravvissuto a cose peggiori.

Ci mettiamo a tavola dopo gli aperitivi che non consumo – non bevo alcolici, mai, per nessun motivo, anche questo mi rende diverso – e non appena seduti arriva la ritardataria. Una donna sgradevole dall’eloquio a 120 decibel che non appena entra inizia con le sue lamentele: deve mettere al corrente tutti della sua opinione sulla viabilità provinciale “Sapete vengo da Sassuolo…”,  – 15 chilometri di strada, alla fine cos’è la distanza che ci separa dalla Luna di fronte alla fatica di percorrere quindici chilometri in auto…

La donna è sgradevole ed assai ignorante: “Quando eravamo piccole c’avevamo le galline che ruzzolavano nell’aia” è una delle perle e come tutte le bestie incolte non può che monopolizzare la conversazione parlando di sé, del suo marito imprenditore, della crisi, del meno male che c’è Salvini che ci salverà dai comunisti (comunisti? dove sono?), della sua menopausa e dei suoi viaggi. Io ascolto, in compagnia parlo pochissimo perché quando apro bocca semino il panico sapendo sempre ciò che dico, e non è usuale in un mondo dove l’ignoranza è potere ed obietttivo di vita, poi qualcuno mentre raccolgo una fetta di pane dal cestino, dice alla signora [sic]: “Mi hanno detto che sei stata in Iran”.

La signora [sic] si lancia così in una peculiare, personalissima e totalmente ignorante, descrizione di una delle teocrazie più feroci del mondo dove le libertà personali sono limitate a ciò che decidono i Pasdaran di concerto con Khamenei – lei, la signora [sic] scoprirà di non sapere chi è Khamenei, di non sapere cosa sono i Pasdaran, né che in Iran si parla farsi che lei pensa essere arabo – infine si lancia in un soliloquio a 120 decibel sui “pregiudizi italiani degli italiani” che pensano che le donne iraniane sono trattate male “solo perché portano il velo”.

Mi scuso con la padrona di casa e la interrompo: le chiedo, alla signora [sic] se lei è al corrente che le donne iraniane non portano il velo per scelta, ma per imposizione; le chiedo se è al corrente che le donne iraniane non vogliono portare il velo ma sono costrette, e che molte di quelle che manifestano contro l’obbligo di indossarlo, sono in galera dove non vengono nemmeno curate per le malattie che contraggono; le chiedo se è al corrente che per la costituzione iraniana una donna vale il 50% meno di un uomo, legalmente e in termini economici. E le spiego che sei lei fosse iraniana e fosse uccisa, al pari di maschio che subisce la stessa sorte, il risarcimento eventuale alla sua famiglia sarebbe il 50% in meno di ciò che spetterebbe alla famiglia del maschio. Questo legalmente, ripeto. Aggiungo che la pedofilia nel paese è praticamente legalizzata, potendo uomini di sessant’anni sposare bambine di 11, e che mi stupisce che una donna che millanta cultura e savoir vivre, lo dico proprio in francese, apra bocca per dire simili puttanate, dico proprio puttanate, senza avere coscienza di ciò che dice.

Pensa di zittirmi ricordandomi che non sono in casa mia. Le ricordo che prima di aprire bocca mi sono scusato con la padrona di casa, che annuisce, e aggiungo per sua fortuna non siamo in casa mia perché lei in casa mia non sarebbe nemmeno entrata e nel caso fosse entrata, considerate la sua ignoranza e cafonaggine, sarebbe  uscita dalla finestra. Quindi definisco il suo eloquio da 120 decibel imbecillità da contadina rifatta la qual cosa non onora me, ma dona a lei uno status. L’unico che si merita. Anche se è molto peggio di quello.

Mi scuso con la padrona di casa e con tutti i presenti, ma non con la signora [sic] e tolgo il disturbo.

Se la bestialità non è contrastata, mai, in nessun modo, poi ci si trova nel paese in cui ci troviamo. Non è più tempo di armiamoci e partite e di silenzi di convenienza o connivenza. L’animalità che si fa regola sulle pelle degli altri, va confutata. Come un insegnamento scorretto.

 

(4 agosto 2019)

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